La leggenda

     Una volta regnava sulla terra solo armonia. Allora gli uomini vivevano in pace e il mondo gioiva tutto.

     Era, allora, il regno delle Fate.

     Benevole, sempre sorridenti, le Fate guardavano dall’alto della montagna gli uomini laboriosi nei campi, sulle colline sottostanti, e li vedevano rientrare la sera felici e senza segni di stanchezza nelle casette che avevano costruito, pietra su pietra, sull’altra collina: un paesino ridente che guardava ai monti ed alle valli e che dopo, tanto tempo dopo, si chiamerà Cercemaggiore. Gli animali, allora, brucavano pacifici l’erba che cresceva sempre fresca e tenera; più in là, nelle valli e sulle balze, distese di querce, dai tronchi nodosi di storia e dai rami protesi come a proteggere il mondo sottostante, elargivano cibo abbondante ai piccoli animali e dall’alba al tramonto risuonavano del canto di uccelli di ogni forma e colore.

     Tutte vestite di bianco, le Fate avevano la loro casa sul fianco di quel monte che dopo, tanto tempo dopo, si chiamerà Saraceno. Allora il monte non aveva bisogno di un nome, era la Montagna e basta. La casa delle Fate si apriva in alto, sul costone roccioso bianco come la neve che d’inverno ricopriva le balze; allora i pacifici lupi si aggiravano nei pressi per dare e ricevere affetto. C’era una scaletta nella pietra, fatta anch’essa di bianca roccia, che saliva in alto, saliva…

     E lassù un varco, con un arco intagliato nella roccia, e dopo il varco un breve corridoio, tutto bianco di luce, e dopo… E dopo ecco una grande grotta, una sala tutta bianca, intagliata nella roccia. Di pietra il tavolo bianco levigato come marmo, di pietra le sedie, di pietra le posate, e i piatti, e i bicchieri. E dopo un altro varco e un’altra stanza fatta di roccia, e in questa stanza i letti, pure di bianca pietra, si allineavano al centro, mentre alle pareti bianchi armadi accoglievano le bianche vesti delle Fate. Un lume, tutto bianco, illuminava la notte da una nicchia nella parete. Non c’era uno specchio, in quella bianca Grotta, non ce n’era bisogno.

     Tutto era bianco e bello, allora. Le Fate accoglievano nella loro casa-grotta chiunque, e chiunque avesse bisogno vi trovava quello che cercava. Il viandante nella grotta della Fate trovava sempre ospitalità e il mattino dopo, felice, riprendeva il cammino.

     Finché un giorno…

     Finché un giorno gli uomini diventarono cattivi, invidiosi l’un l’altro. Le Fate, impotenti, piansero e piansero, e le loro lacrime si sparsero sui bianchi vestiti, e man mano che scendevano, diventavano pietra, e pietra diventava tutto ciò che toccavano: la faccia di pietra, le mani di pietra, le vesti di pietra. Statue di pietra diventarono allora le Fate, tutt’uno con la loro grotta. Allora la scala si ricoprì di ortiche e arbusti inestricabili ostruirono l’arco della porta, e muschio ricoprì le pareti, e i letti, e i tavoli…

     Da allora è silenzio nella Grotta delle Fate, ma se qualcuno, puro di mente e di cuore, si avvicina pian piano, potrà ancora sentire le Fate parlare e chiedere agli uomini di ritornare amici, rispettosi l’un l’altro, contenti e paghi solo di amore. Solo così le Fate potranno tornare a rivivere nella loro bianca Grotta, dove il viandante stanco troverà ancora e per sempre ospitalità lungo il suo cammino.